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Mexico 2012

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Mexico 2012 2017-01-18T15:15:45+00:00

Project Description

Ebbene si, come previsto, non abbiamo resistito, e nel 2012, pur cambiando sensibilmente le mete del nostro giro dell’anno scorso, siamo ritornati in Messico.

Il fascino e le emozioni che ci ha regalato l’anno scorso erano troppo forti, i ricordi troppo belli, e la terra da esplorare troppo grande.. E così’…

Questa volta però non sarà una documentazione enorme come quella dell’anno scorso, rischierei di essere ripetitivo, ma cercherò di scrivere il diario di viaggio, tutto d’un fiato.

Quindi partiamo! Ancora!!!

 Cliccate su ogni Capitolo per vedere le foto e leggere il diario di viaggio.

Il viaggio è iniziato con il solito interminabile volo, che questa volta parte da Milano Linate, passa per Madrid e va a finire a Cancun, però non si sa mai dopo quante ore. Beh, tutto sommato a Cancun ci siamo arrivati, e giusto per riprenderci dal viaggio, ci siamo concessi due giorni di relax sulla sua lunghissima spiaggia.

Devo ammettere che me la aspettavo peggio, nel senso che non sono il tipo che ama le spiaggione con gli ombrelloni, il caos, la gente. Cancun, almeno nel periodo in cui ci siamo passati noi, non era assolutamente così; bensì una spiaggia grande, vero, con un numero limitato di persone, un piacevole vento che rinfresca un po’ la pelle altrimenti ustionata dal sole potentissimo, l’acqua con una temperatura caraibica, e delle onde favolose! Grandi, potenti e divertentissime!

Quindi un paio di giorni, per acclimatarci, abituarci al nuovo fuso orario, riabituare il palato alle delicate salse della penisola dello Yucatàn, e via! Verso la nostra prima tappa, seria, il Chiapas!

Prendiamo un volo interno da Cancun a Tuxtla Gutierrez, voliamo con una low cost Messicana: Viva AeroBus; fantastica anche questa, l’aereo è grande, colorato e pienissimo di gente che fa casino e mangia ogni genere di snack dall’odore fortissimo (sembrerà un luogo comune ma giuro che era così), atterriamo nell’aeroporto centrale del Chiapas, in cima ad un altopiano, per poi spostarci verso San Cristobal de Las Casas su un autobus di linea preso direttamente agli arrivi dell’aeroporto, il tutto per pochi pesos, in orario e perfettamente organizzato.

San Cristobal de las Casas è a 2100 metri di altitudine sul livello del mare, alta montagna quindi, e ha il fascino del Messico vero e tradizionale; capitiamo per la settimana dei dolci e per la fiera dell’ambra (di cui il Chiapas è uno dei primi produttori mondiali), quindi la cittadina è addobbata a festa e piena di gente allegra.

Alloggiamo alla Posada La Media Luna, sistemazione che consiglio vivamente, in quanto vicinissima alla via principale, pulita, e molto caratteristica.

Fin dal primo momento a spasso per San Cristobal si apprezza la vitalità del paese, ci sono venditori di ogni genere di mercanzia che va dai tessuti, coperte, cappelli, cuoio, ai dolci, cibi, frutta, sono ovunque e proseguendo verso la chiesa, ci si trova di colpo in un dedalo di banchi di tovaglie, vestiti, maglie, giacconi, artigianato locale, ambra, gioielli, e chi più ne ha, più ne metta. Insomma un delirio per i sensi sotto a un costante bombardamento di profumi e rumori, suoni, schiamazzi e colori che portano il visitatore all’estasi dei sensi più totale.

Addentrandosi ancora di più nel paese si raggiunge un mercato molto meno turistico e molto più stabile di cibo, sementi, frutta, verdura, animali; qui si servono e vanno a fare la spesa gli abitanti locali, c’è chi vende i piccantissimi habanero, i pico de paloma, i chile gordo, gli jalapenos, chi polli e tacchini, chi propone tacos e fajitas letteralmente cantando il menu a squarciagola; se nel mercatino turistico i sensi venivano bombardati, qua sono completamente avvolti e travolti: meraviglioso. Ovviamente rubare qualche foto non è facile data la timidezza dei personaggi e la loro innata riservatezza, però abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, spesso beccandoci qualche occhiataccia, ma mai un insulto o una richiesta di cancellare le foto.

Il cibo è favoloso, saporitissimo e allo stesso tempo delicato e particolare, abbiamo gustato dai piatti classici, alla novità (almeno per noi) dei Tamales, che sono preparati con pasta di semola, con dentro la salsiccia, avvolti in foglie di banano o mais e cotti al vapore in dei pentoloni fumanti, quindi e serviti al tavolo direttamente nella foglia e accompagnati da una bevanda dolciastra a base di frutti di bosco e spezie; ci si siede su una panca, spalla a spalla con gli altri avventori, e si cena di fronte ad una indaffaratissima cuoca che corre da un cliente all’altro a riempire i piatti. Il sapore ricorda vagamente quello della polenta con la salsiccia, ma vista la location, vale mille volte di più. Se chiudo gli occhi, lo sento ancora.

Oltre a tutto quello che offre San Cristobal, ci sono diverse interessanti escursioni e località da visitare nei dintorni, sicuramente immancabile è una gita ai due paesini caratteristici di San Juan Chamula e Zinacantan, nel primo, a circa 2200 metri, è possibile visitare una chiesa la cui particolarità è l’officiazione contemporanea dei culti sia di tradizione cristiana che di tradizione Maya, i riti sono particolarmente interessanti e suggestivi, e meglio vivere l’esperienza con una guida, in quanto quelli Maya non sono di facile interpretazione (non strappano comunque il cuore alla gente). Gli immancabili venditori di artigianato e delicatezze locali completano il quadro. A Zinacantan ci è stato possibile visitare una casa Maya originale, assistere alla tessitura dei tappeti tipici e alla preparazione delle tortillas secondo la tradizione, nonché procedere alla loro degustazione,  meravigliose, non le dimenticherò mai. Ottenuti anche qui gli scatti che potete vedere in questa pagina, tra simpaticissime bimbe in abiti tradizionali, e sapori piccanti, siamo tornati a San Cristobal a riposarci e a continuare la nostra esplorazione.

Un’altra escursione che a abbiamo effettuato ma non mi sento di raccomandare, almeno partendo da San Cristobal de Las Casas, data la sua durata e lunghezza, è il tour che tocca Agua Azul, Misol-ha e Palenque, molte agenzie, organizzazioni, hotel la propongono, ma giuro che è massacrante, dura tutto il giorno, dal mattino prestissimo, le 5:00, fino alla sera tardi, mezzanotte inoltrata.

Agua Azul è un complesso di cascate e laghi molto bello, in mezzo alla giungla lussureggiante, l’acqua, di un colore azzurrissimo, scorre attraverso gole e stagni dove è possibile fare il bagno, forma isole di verde che contrastano con il blu del cielo e il rosso della pietra, immancabili bancarelle e caos generalizzato.

Misol-ha invece è una salto d’acqua, con una passaggio dietro che permette di vedere la cascata dall’interno, suggestivo e imponente, ma nulla di incredibile, forse era meglio una visita diretta a Palenque, omettendo una o entrambe le località.

Palenque, per il poco tempo che si ha a disposizione è immensa, interessante, affascinante e misteriosa, anche qui, è meglio contattare una guida (davanti all’ingresso ce ne sono un sacco e poliglotte) che per l’equivalente di circa 5 euro a testa, illustri i misteri della città, meglio trovarne una critica nei confronti di quella che è definita la “buena historia” e che racconti alcuni fatti veramente incredibili che non narrerò qua, ma che comunque ci hanno lasciati con la mascella penzoloni, avendoci la guida fornito le prove ben visibili di quanto ci ha raccontato.

 

Una volta terminati, purtroppo, i giorni che abbiamo scelto di dedicare al Chiapas e rubato gli ultimi scatti alla cittadina di San Cristobal, siamo ripartiti, sempre con Viva AeroBus, alla volta di Cancun, dove ci attende una macchina a noleggio che ci porterà nella nostra esplorazione della costa Maya (almeno, la parte rimasta, selvaggia e lontana dal turismo di massa).

Prima tappa, Puerto Morelos, un mediamente battuto paesino di pescatori situato tra Cancun e Tulum, il posto è tranquillo, per nulla affollato, l’hotel introvabile, infatti, seguendo le impressioni di altri viaggiatori su internet, abbiamo prenotato, direttamente dall’aeroporto di Tuxtla Gutierrez via iPhone, in un remoto e improbabile “Casa de Los Angeles”; dopo aver chiesto indicazioni a chiunque, e guidato nella sabbia lungo la costa, finalmente, a notte quasi inoltrata troviamo la struttura, dove un assonnatissimo guardiano ci comunica che siamo gli unici occupanti, che la prenotazione non gli era ancora stata comunicata, di scegliere la stanza che preferiamo, e se andiamo in paese a mangiare se possiamo comprargli una tanica di acqua potabile e una di benzina (!!) FAN TAS TI CO!

Scegliamo ovviamente una delle camere sull’oceano, la stanza è bella, il bagno pulito, tutta la struttura è spartana ma in ordine, l’immancabile geko fa la guardia in camera, e tutto il mondo sembra fermo. Relax. Decidiamo di andare in paese a cenare, ripercorriamo la strada di sabbia, ci ustioniamo, finalmente con gli habanero freschi, compriamo l’acqua, e torniamo all’hotel.

Il tempo di arrivare e il guardiano ci chiama facendoci letteralmente correre verso la spiaggia, dove, sorpresa delle sorprese, e ho ancora i brividi al ricordo, le tartarughe giganti stavano deponendo le uova; vedere la luna piena riflessa sui loro giganteschi scudi bagnati, mentre con una fatica titanica, si trascinavano fuori dall’acqua per scavare il nido, è stata e rimarrà una delle emozioni più forti mai provate e più indelebili dalla nostra memoria.

Incredibile, un hotel apparentemente dimenticato dalle guide (e dalle mappe) ci ha regalato un’esperienza che fino aggi avevamo sempre e soltanto sognato.

Grazie Casa de Los Angeles!

Dopo una notte di riposo e di canzoni del “nostro” geko, una favolosa colazione a Puerto Morelos e qualche immancabile scatto sul suo molo con veduta del faro storto, ripartiamo alla volta di un’altro dei piatti forti del viaggio, punta Allen. Dov’è Punta Allen? Beh, è uno di quei posti che ammetto, ho scoperto giocherellando con Google Earth, guardando il mondo dall’alto, ho visto questa lingua di terra che corre tra una laguna di acqua salata da una parte e l’oceano dall’altra, la strada continua, dal satellite sembra quasi ad un certo punto diventare solo un filo di terra, poi si ri-allarga, per arrivare ad un piccolo promontorio, dove si vedono solo poche case col tetto chiaro. Quella è Punta Allen, perché non andare a curiosare? Insomma si parte, sosta a Tulum dal Re Del Taco, dove non possiamo esimerci dal gustare la specialità della casa (titolo meritato), un recupero di contante, visto che alla Punta, non ci sono bancomat ne POS, ci immettiamo sulla strada che porta all’ingresso della riserva di Sian Ka’an dove le guardie della riserva, guardando la nostra macchina ci chiedono molto perplesse, se siamo assolutamente sicuri di volerci fare 58km di buche e sterrato con quella macchina.. Ma che domande!!? ASSOLUTAMENTE SI! Fissata bene la GoPro al vetro, si parte! Quattro interminabili ore di sbalzi, colpi, buchi, slalom, polverone, e mangrovie ci attendono; immancabile, incrociamo il camion della Coca Cola, incredibile, abbiamo passato un paio d’ore facendo battute sul fatto che non ne avremmo visto uno, e invece, eccolo, che arranca rimbalzando anche lui tra un cratere e una voragine (Apro una parentesi per dire che non sto esagerando la narrazione, la strada che va a Punta Allen, è VERAMENTE disastrata, i buchi sono profondi anche 30cm, e sono ovunque, più all’inizio che a metà, e anche se passa una specie di spartineve per la ghiaia a riempirli poco dopo si riformano puntuali a causa delle jeep e gli altri mezzi che passano). Lungo la strada il panorama non è nulla di eccezionale, mangrovie, qualche iguana che prende il sole, qualche avvoltoio che mangia le iguane meno fortunate, e ogni tanto si vede un po’ di mare, a destra o a sinistra, se ci si ferma, alcuni scorci suggestivi e pontili di legno fanno vedere da una parte una laguna quasi irreale, ferma, tranquilla (dove pare vivano e si accoppino i lamantini), e dall’altra parte un oceano caraibico; solo in un punto ci si trova col mare sia a destra che a sinistra, molto suggestivo ma nemmeno troppo fotografico.

Ancora buche, ancora salti, velocità media, secondo il navigatore 10km/h, e quando si inizia a pensare che la strada durerà per sempre, che si è finiti nel girone dei viaggiatori, ecco che iniziano i primi segni di civiltà, sotto forma di alcune grosse corde che tagliano la strada a mò di TOPES (le gobbe che in Messico sono frequentissime e altissime, piazzate di traverso all’asfalto per far rallentare le macchine), come se con una strada così se ne sentisse il bisogno! Sono comunque in prossimità di zone abitate, una tenuta qua, una tenuta la, invisibili, in mezzo alle mangrovie, rilevabili solo grazie ai cancelli o a qualche cartello. E poi, finalmente, come un’oasi nel deserto un bellissimo cartello azzurro che recita “BIENVENIDOS a PUNTA ALLEN” e indica la fine della passione dei nostri colli, sederi e ammortizzatori.

Punta Allen è un paesino dove non c’è la strada, è una pista di sabbia battuta; dove non c’è la luce elettrica tutto il giorno, quattro ore alla sera e quattro al mattino; dove non ci sono i cellulari, non prendono, il telefono è uno solo, ed è in un negozietto che vende di tutto, dall’ago al missile passando per il prosciutto, come quando eravamo bambini, ma fa anche da internet-point! Ci sono pochi “ristoranti”, tutti ovviamente a conduzione familiare, piccoli, accoglientissimi e gestiti da facce sorridenti; ci sono posti per dormire, dal più spartano con capanne sulla spiaggia ad un lussuosissimo quanto fuori luogo “mini-resort” (fortunatamente situato all’ingresso ma lontano dall’abitato) che fornisce mini appartamenti dotati di tutto, troppo per quel posto, e perfettamente adatto a rovinarne l’atmosfera. Ne scegliamo uno più che per la stanza (pulita ordinata e bella) per la porta pesante con la chiave, visto che abbiamo macchine fotografiche e quant’altro, e iniziamo la nostra esplorazione. C’è anche un posto di polizia, gentilissimi e rilassatissimi (e li capisco); la specialità locale è l’aragosta, e chi siamo noi per volere altrimenti? Ci accontentiamo.

Il posto è rilassante e tranquillo, si può passeggiare lungo la spiaggia per chilometri, chilometri e chilometri senza imbattersi in anima viva, il mare incredibile, per chi vuole è possibile farsi portare dal consorzio dei pescatori a fare un giretto nella laguna di mangrovie, vedere le tartarughe giganti che nuotano sul fondo di un mare che permette di vederlo a 4 metri di profondità con stelle marine enormi, correre con la barca di fianco ai branchi di delfini, e fare il bagno nell’acqua più trasparente che abbia mai visto stando attenti a non inciampare in qualche conchiglia gigantesca. Incredibile, un’altro paradiso in terra ancora molto poco contaminato. Qualche giorno e notte passati qua, tra gente che vive una vita tranquilla, semplice, nel silenzio e nell’isolamento non assoluto, ma decisamente piacevole, possono far dimenticare lo stress della vita normale e fanno porre l’immancabile domanda “ma dove cavolo abbiamo sbagliato?”. Se ci mettiamo le splendide colazioni di Lucy, scoperte, per fortuna, da quella curiosa di Giovanna, il posto non ha prezzo. (Lucy è una piccola casetta all’ingresso del villaggio dove troneggia la scritta “COCINA ECONOMICA”: voi vi comprate le aragoste dai pescatori, lei le cucina, oppure vi prepara le frittelle a colazione (tipo pancakes) o le altre specialità messicane, costa poco è tutto pulito e il porcellino con scritto PROPINA PLIS non riesce ad essere ignorato).

Passeggiate di notte e di giorno lungo la spiaggia e il molo storto, con solo il rumore del mare e il movimento fugace di alcuni grossi granchi, il relax totale del bagno in un mare incredibile, il cibo fantastico e alcuni fantastici margaritas (stile Punta Allen), nonché qualche litro di Corona, non bastano però a frenare il nostro indomito spirito di esploratori e preso il coraggio a due mani, ci ributtiamo sui 50 e passa km di buche per tornare verso la civiltà.

 

 

Usciti da quella che sembra una lavatrice, ci immettiamo sulla Carretera Principal in direzione Chetumal, quindi rotoliamo verso sud-ovest, e viaggiamo con l’idea di arrivarci in serata; e viaggiamo, e viaggiamo, insomma, continuiamo a viaggiare, finché, ci lasciamo conquistare dalla curiosità del cartello che recita Mahahual, dalla voglia di fare una pausa, e di quello che dice la Lonely Planet (sempre presente), quindi, deviamo il nostro percorso verso il confine con il Belize, per fare una tappa in questa altra località della riviera Maya.

Beh, scelta azzeccata, il posto si rivela piacevolissimo, poco affollato e ben attrezzato al punto da farci decidere di prolungare qui la sosta di qualche giorno, intanto, non abbiamo né vincoli, né scadenze, arriviamo quando arriviamo, partiamo quando partiamo.

Dopo un paio di discussioni inutili sulla dislocazione degli alberghi, prendiamo una stanza all’hotel Nacional Beach Club, direttamente sul Malecon (il lungomare) e praticamente sulla spiaggia. Un hotel coloratissimo ed accogliente con dei piccoli bungalow col tetto di palma come camere; atmosfera meravigliosa.

Mahahual è conosciuto anche quale unico approdo delle navi da crociera lungo la Costa Maya, fortunatamente nei giorni che abbiamo passato li non se ne sono viste. Il paesino offre, diversi ristorantini caratteristici direttamente sulla spiaggia, o poco distanti, la cucina è ottima e l’atmosfera caraibica è totale; un altro posto dove ci permettiamo di rilassarci completamente, stravaccati su un’amaca a farci cullare dalla brezza marina e dal suono delle onde. Curiosità, uno dei simboli del paese è un albero morto, con le radici piantate tra la spiaggia e l’acqua protagonista di un sacco di foto visibili in tutti gli scuba e diving center che si trovano sul Malecon. Anche noi non gli abbiamo risparmiato gli scatti che si merita.

Tra le attrazioni locali, per gli appassionati di diving, è possibile visitare il banco del Chinchorro, o l’onnipresente snorkeling sulla barriera corallina, praticato praticamente ovunque; noi, più per un malinteso, un disguido ed una dritta di un personaggio locale, che per una decisione cosciente e volontaria, abbiamo optato per perderci in una stradina sterrata che punta verso il confine con il Belize (probabilmente anche varcato). Abbiamo continuato a guidare fino ad imbatterci in una casa di pescatori che, a bordo di una piccola lancia ci ha portato attraverso un budello di mangrovie immerse in acqua salmastra, dove una barca più grande non sarebbe passata, fino ad una incredibilmente suggestiva “Laguna Negra”.

Il viaggio è iniziato su acque limpide e cristalline direttamente dall’oceano, sotto la barca era possibile vedere pesci e animali di ogni genere, da granchi blu enormi a grandi razze nere o altri pesci colorati, attraversando veri e propri cunicoli formati delle mangrovie talmente fitte da oscurare la luce del sole e disseminate di enormi nidi di termiti, fino a sbucare, dopo l’ultimo tunnel verde, su un lago enorme e completamente nero. Qui il colore dell’acqua passa dal rosso sangue a sfumature ruggine fino nero più assoluto; l’effetto è dato dall’acido tannico, che è prodotto dalle radici della mangrovia rossa. Veramente un paesaggio incredibile e suggestivo, se aggiungiamo al fatto che pare (pare perché non ne abbiamo visti) che la laguna sia abitata dai coccodrilli, possiamo dire di aver vissuto un’esperienza abbastanza rara; l’occasione ci ha permesso di conoscere Stefano e Nina, due simpaticissimi italiani in viaggio come noi e altrettanto appassionati di fotografia, che si sono gettati con noi nella folle avventura.

Dopo un pranzo luculliano a base di tacos, guacamole e salsa di Habanero al tamarindo (consiglio vivamente a chi vuole provare nuove emozioni), ci siamo rimessi in marcia, questa volta verso nord, per raggiungere l’ultima tappa del nostro tour e riconsegnare la macchina; la “nostra” cara vecchia e bellissima Isla Mujeres.

Durante il tragitto di ritorno verso Cancun, abbiamo anche tentato una visita al complesso di Cobà, ma una specie di tempesta tropicale/uragano (prime avvisaglie di Ernesto), oltre a lavarci la macchina, ha vanificato i nostri propositi; pazienza, sarà per la prossima volta.

 

 

Beh, che dire; nulla di più e nulla di meno di quanto detto già nella nostra precedente esperienza nel 2011, l’isola è sempre uno splendore.

L’acqua di Playa Norte, è fatta di cristallo, camminare scalzi, fino a cinquecento metri dalla riva guardando il fondo dell’oceano bianchissimo, fatto di polvere di corallo, dove granchi, razze e pesci si allontanano pigramente al nostro arrivo, regala sensazioni meravigliose e allo stesso tempo quasi irreali, la mente è staccata, il relax è totale, i problemi di casa lontanissimi, la vita di tutti i giorni in Italia distantissima; impagabile.

I ristoranti sul mare sono sempre la, il Velasquez, Mininos, e tutti gli altri ci hanno riservato l’accoglienza fantastica che ben ricordavamo, a base di tortillas profumatissime, ustionanti salsine saporitissime e aragoste grigliate meravigliose che abbiamo sognato e fantasticato per tutto l’inverno.

Tra gli avvenimenti da ricordare, quasi con nostalgia, l’aver sperimentato la potenza di Ernesto; benché al limite della classificazione tra tempesta tropicale e uragano, si è abbattuto sull’isola con un impeto degno di un uragano a tutti gli effetti, ha soffiato vento fortissimo, rovesciato scrosci di pioggia battente e calda, fulmini, lampi, cielo nero da apocalisse aliscafi e collegamenti con la terra ferma sospesi; insomma, non ci siamo fatti mancare un giorno e mezzo di un clima veramente suggestivo, vissuto un po’ all’aperto in mezzo alle intemperie e un po’ in hotel al riparo a guardare fulmini che cadevano sul mare. Meraviglioso.

Fortunatamente già il giorno dopo la situazione meteo è andata migliorando fino a restituire all’isola il suo cielo terso e il suo mare incredibile.

Anche quest’anno mi sono regalato un giro in mare aperto per ammirare da vicino, molto vicino, i giganteschi squali balena, con la differenza che quest’anno mi sono attrezzato di una meravigliosa GoPro che mi ha permesso di registrare il video che si può trovare sul sito. Di nuovo un’esperienza incredibile, quasi mistica, nuotare di fianco questi bestioni pacifici e mansueti, regala a chi la vive, una sensazione contemporaneamente di meraviglia e di consapevolezza di quanto è grande e varia la natura e di quanto tutti siamo piccoli e delicati di fronte ad essa.

Ne approfitto per ringraziare la simpaticissima e gentilissima Logan Day, una nuova preziosa amica, nonché guida ufficiale per le immersioni, che mi ha dato le dritte giuste per nuotare molto vicino agli squali così da poterli filmare nel miglior modo possibile.

Purtroppo, tra uno scatto e l’altro, una meraviglia e l’altra, un tour dell’isola e l’altro, una leccornia e l’altra, una Corona e una Sol e l’altra e l’altra e l’altra e l’altra, la vacanza, volge al termine.

Dobbiamo salutare la nostra cara, bellissima, tranquillissima Isola, sapendo che, come del resto sapevamo già l’anno scorso, anche questa volta sarà un arrivederci a presto.

Perché sì, sicuramente, molto presto, torneremo a passeggiare scalzi sulla sabbia di corallo delle sue acque calme e trasparenti.

Ultimissima, ma non meno importante, tappa, dopo una breve rissa con l’addetto bagagli dell’aeroporto, abbiamo approfittato di uno scalo lungo a Città del Messico per visitare ancora una volta lo Zòcalo Capitalino (Plaza de la Constitución), cioè la piazza della città che val sempre la pena vedere.

Probabilmente si era appena tenuta una manifestazione, credo di Indignados, e alcuni di loro stavano ancora raccogliendo le loro cose prima di lasciare il posto al normale viavai che caratterizza El Zòcalo, un paio di scatti anche qua, e via al Benito Juarez per prendere il volo, che ci riporterà a casa.

E anche per quest’anno, il nostro Messico è andato, quasi un mesetto vissuto molto intensamente, grazie alla compagnia della mia meravigliosa compagna di viaggio e di vita Giovanna.

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