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Mexico Tour 2011

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Mexico Tour 2011 2017-01-18T15:15:47+00:00

Project Description

Mexico Tour 2011

Dunque dunque, da dove iniziamo? Direi dall’inizio, ma dall’inizio del Messico: vi risparmio i dettagli della trasferta con smarrimento bagagli durante la tratta New York, Città del Messico, e altre disavventure simili, e passo direttamente a raccontare del viaggio, in fondo, la parte di viaggio e disagi, normalmente la si dimentica (anche se non dimenticherò mai il sollievo di ritrovare i bagagli dopo 2 giorni di delirio telefonico in spagnol/ingles/italian qualcosa). Ovviamente per comodità, ho raccolto le foto per località visitata e non per giorno di viaggio, tenterò di descrivere il viaggio in un unico racconto, ma è chiaro che non tutti i posti di una stessa località sono stati visitati lo stesso giorno. Non sarebbe stata una vacanza! Abbiamo iniziato il nostro viaggio da Città del Messico, era un sacco di tempo che volevo visitare Tenochtitlan, come si chiamava originariamente, specialmente dopo aver letto il capolavoro di Gary Jennings: l’Azteco. La piazza principale (Piazza della costituzione) o più comunemente chiamata Zocalo è immensa , secondo wikipedia pare sia la quarta piazza al mondo per dimensioni, ovviamente noi, ci siamo arrivati con una bella protesta dei lavoratori in corso, nulla di che, abbastanza pacifica, si sono limitati a fare cumuli di scarpe in terra attorno ai simboli del movimento e a lasciare scritte e mani stampate sui lastroni della piazza, la più rappresentativa era uno striscione che recitava “SI EGIPTO PUDO ? POR QUE MEXICO NO“. Esaurita la curiosità e lette quasi tutte le scritte, consci che tutto il mondo è paese, abbiamo cominciato ad esplorare i dintorni dello Zocalo, la prima tappa ovviamente è la cattedrale, strana perché sembra una chiesa con la dependance sul lato, una nota curiosa è il pendolo che c’e’ all’interno: sul pavimento segna di quanto, e come, si è spostata la chiesa nell’arco del tempo, infatti Città del Messico è costruita sul lago Texcoco, è quindi tutto molto mobile, le guide raccontano che quando vengono fatti degli scavi per più di 5 metri, trovano immancabilmente acqua. Una volta usciti dalla cattedrale è il turno del Templo Mayor, che ero curiosissimo di visitare, dopo aver contattato Martin, una guida ufficiale  (le guide a Città del Messico portano un cartellino del ministero), ci siamo fatti raccontare tutte le storie e le informazioni sulla costruzione, non le riporterò qua, si trovano tranquillamente in qualunque libro di storia, oppure nell’Azteco; per fornire un commento alle foto, dirò solo che, la piccola pietra nera che si vede, è l’altare dei sacrifici Aztechi, si, proprio su quella pietra (e la guida ha giurato essere l’originale, mai mossa da li), venivano coricati i prigionieri di guerra e altri tipi di vittime, e gli veniva asportato il cuore ancora vivi usando un coltello di ossidiana. Bei tempi. Le altre foto di esterni, ritraggono il Serpente sacro degli Aztechi, che rappresenta l’universo che avvolge tutto, Città del Messico era il suo centro, infatti la chiamavano “l’unico vero mondo”. Esaurito l’esterno del tempio si passa poi a visitare il Museo del Templo Mayor, dove sono conservate, varie statue e bassorilievi rinvenuti durante gli scavi esterni, piuttosto impressionanti sono la statua del guerriero aquila (praticamente l’Elite dei guerrieri) e la pietra che raffigura Coyolxauhqui la dea della Luna, smembrata e decapitata, ed un Chac Mool , un messaggero degli dei, simile a quello che ho fotografato fuori, nel vassoio o contenitore che regge, venivano depositate le offerte agli dei. Terminata la visita e lasciato  il museo, la piazza si è completamente animata e affollata, un viavai continuo di turisti si affolla attorno alle immancabili bancarelle o si ferma ad osservare i vari balli in costume Aztechi, il suono dei tamburi e delle collane di conchiglie sovrasta qualunque cosa, ma in mezzo a tutta la baraonda la nostra attenzione viene catturata da uno stranissimo e incredibile personaggio : un Curandero, davanti alla cattolicissima cattedrale, lo sciamano, indossa i simboli della sua antica cultura e religione, fatti di animali imbalsamati, monili, e collane, e in mezzo a nuvole di incenso dal profumo fortissimo pratica il rito della Limpia, cioè la pulizia, se ho capito bene, ripulisce il corpo e lo spirito tracciando segni e colpendo i “pazienti” con un mazzo di erbe; siamo stati tentati dal partecipare, ma c’era una gran coda, e noi avevamo voglia di esplorare il resto. Tralascio il commento delle foto di cibo, dirò solo, spettacolare, abbastanza piccante e assolutamente soddisfacente anche per un italiano, ma avrò tempo di approfondire nel seguito del racconto. La tappa successiva (e obbligata) è stata la visita al Museo Nazionale di Antropologia per vedere assolutamente la Piedra Del Sol, impressionante, enorme, gigantesca, dopo aver letto tanto a riguardo, trovarmela li di fronte, originale, e poterla timidamente sfiorare (anche se è vietato) è stato veramente emozionante, è un po’ come sfiorare una leggenda; all’interno del museo è vietato fotografare col flash e il viavai di turisti, è continuo, quindi trovare l’attimo e l’angolazione giusti per scattare qualche foto, non è impresa semplice; ci accontentiamo e riteniamo comunque soddisfatti degli scatti che riusciamo a portare a casa, anche se si poteva far di meglio a museo chiuso e con qualche lampada! Riscostruzioni di parti di templi maya, statue di divinità abbastanza inquietanti ma che abbiamo visto in ogni documentario che si rispetti, costumi, monili e gioielli scampati alla follia dei missionari e dei conquistadores (che ne hanno barbaramente fatto scempio fondendoli per farne monili più cristiani), e ogni altro reperto di arte precolombiana, Azteca, Maya, ci circonda, è un po’ come vedere finalmente tutto quello che finora si è immaginato, impagabile. Completato il giro al Museo, è la volta della visita a Xochimilco e ai suo canali, che come recita il cartello che da il benvenuto è un Patrimonio Culturale dell’Umanità; un posto particolarissimo, dove tutta la vita si svolge sui sull’acqua, ora, certo non è paragonabile a Venezia o a Bangkock, ma ha comunque il suo fascino, qui è possibile noleggiare una chiatta con relativo barcaiolo, che a colpi di remo, porta i visitatori e parecchi messicani sui canali, dove la vita si svolge come se fossimo in piazza o su una grande via cittadina, si mangia, si balla, si canta, ci sono feste, negozi di fiori, giocattoli, cibo, immancabili souvenir, ed è possibile anche assoldare una barca di Mariachi che a richiesta eseguono serenate o altre canzoni tipiche sudamericane. Le barche sono sgargianti, si rischia l’iper-saturazione anche della vista, ognuna col proprio nome scritto a caratteri cubitali e decorata in modo diverso da ogni altra, è pazzesco, vederle tutte in acqua, fanno somigliare la laguna ad un caleidoscopio galleggiante. Una volta tornati dal giro dei canali, se non lo si è fatto in barca, è possibile concedersi uno spuntino in uno dei ristorantini caratteristici (dove ci siamo mangiati delle Quesadillas favolose, e non solo) mentre si assiste allo spettaocolo della danza  rituale dei Voladores incredibilmente spettacolare e suggestiva, dopo aver elargito una “propina” (mancia) mi butto a scattare come un pazzo (senza sapere che le foto mi sarebbero state richieste da nientedimeno che History Channel per una loro trasmissione). Gli ultimi scatti della serie, sono alcune curiosità e vedute di Città Del Messico, i maggioloni taxi, le statue agli indios (prima sterminati e poi celebrati), l’immancabile statua a Cristoforo Colombo, scorci di città che affiancano baracche a costruzioni iper-tecnlogiche, e un’altra “limpia” azteca. Prossima tappa e foto di Cholula e dell’ Heroica Puebla de Zaragoza!

Ed eccoci alla volta di Cholula, luogo della più grande piramide del mondo e dell’Heroica Puebla de Zaragoza o meglio di Puebla. Per la visita ci affidiamo all’agenzia locale Fomento Travel, facilmente reperibile in tutte le receptions degli alberghi di Città del Messico, a cifre  oneste forniscono trasporto, guide e organizzazione praticamente per tutto il Paese. I viaggi vengono composti da una decina di partecipanti al massimo su minipulman dotati di tutti i comforts e una o più guide. In questo viaggio ci accompagna l’ottimo Xavier, parla Inglese, Italiano e ovviamente Spagnolo, persona piacevolissima, molto colta e disponibile. La prima tappa è l’Iglesia de Santa Maria de Tonantzintla, che oltre ad un nome realmente complesso, presenta un interno pazzesco, ovviamente tale interno, data la sua unicità, non è fotografabile, così mi limito a sparare qualche HDR da fuori che tenta di “rubare” un po’ la complessità delle sue decorazioni. La Guida ci spiega che nelle statue, nelle sculture nei bassorilievi che si possono ammirare all’interno, si fondono immagini cattoliche con quelle derivate dalla religione originale del popolo messicano, camuffati da divinità cristiane; in questo modo i Mexìca hanno “trafugato” i loro culti originali nella “nuova religione” imposta dagli spagnoli. Fuori dalla chiesa, diversi banchi di dolci, tra cui una venditrice di Xocoatl (il cioccolato originale), dal sapore fortissimo e decisissimo. La tappa successiva è la famosa piramide di Cholula, la costruzione più grande mai realizzata dall’uomo, talmente grande che gli scavi sono stati chiusi a causa dello smarrimento dei diversi esploratori nei suoi cunicoli; è talmente grande che ormai è coperta dalla vegetazione, tanto da farla scomparire totalmente, tanto da renderla indistinguibile da una collina erbosa e a tratti boscosa. L’unica foto che mi va di conservare è una vista dalla piramide e non della piramide, nella quale l’unica cosa visibile sarebbe l’ennesima chiesa cattolica, e alcuni scatti dei caratteristici venditori che si trovano sulla salita che porta alla cima, tra cui, una venditrice di Chapulines, (se aguzzate la vista scoprite da soli di che prelibatezza si tratta). Nota positivissima della visita alla piramide, è la vista sul vulcano Popcatèpetl, imbiancato dalla neve anche ad agosto. Ci muoviamo quindi alla volta di Puebla, una delle città più caratteristiche del Messico, il nostro giro, ristorante caratteristico a parte, dove assaggiamo il pollo col mole poblano (una buonissima e saporitissima salsa molto ricca di ingredienti, tra cui, il cacao). Nello stesso ristorante è possibile gustare anche un buon sigaro fatto a mano, a patto che come me, non siate degli ex-fumatori pentiti. Puebla è una cittadina tranquilla, molto a misura d’uomo, che conserva uno stile dei monumenti e delle case molto europeo, ma allo stesso tempo caratterizzata da motivi messicani, come la straripante ricchezza delle chiese (dove è tutto oro, sottratto agli Aztechi e sciolto,  quel che luccica) come nella Capilla del Rosario, o come nella fabbrica della ceramica Talavera, che vanta motivi tradizionali spagnoli e messicani, nelle sue coloratissime decorazioni. Ovviamente, non è possibile resistere alla tentazione di caricarsi di souvenirs in questi posti pur conoscendo in anticipo l’entità dell’ingombro e la delicatezza dello stesso per portarli in Italia. Se comunque si è intenzionati a portare a casa ceramiche Talavera originali, conviene acquistare qua e magari spedire in Italia, perché difficilmente si ritroverà agli stessi prezzi e della stessa qualità. Con una buona parte di bagaglio a mano pieno, ci spostiamo verso la prossima tappa. Teotihuacan e le sue immense piramidi.

Avvalendoci ancora una volta degli ottimi servizi e guide della Fomento Travels, ci lanciamo verso una delle mete principali e più attese di questo viaggio, un posto che ho sempre sognato di vedere, Teotihuacan, con la sua enorme zona archeologica sorvegliata dalle due Piramidi del Sole e della Luna. Nonostante alcune deviazioni, come una giro presso una distilleria di Tequila, Pulque, e altri derivati dell’Agave Azul, nonché sede di una fabbrica di monili in pietra dura intagliata, con dimostrazione in loco (e devo ammettere abbastanza trappola turistica); ritardi dovuti al prolungarsi delle trattative con il negozio; una seconda tappa per ammirare gli affreschi della casa dei guerrieri, riusciamo finalmente ad arrivare al cospetto di questi grandissimi monumenti per rimanere senza parole. Le piramidi sono assolutamente colossali, e tutte le storie che si sentono raccontare su quanto sono ripide e vertiginose le loro gradinate, sono assolutamente veritiere. Il tempo non è dei migliori e il cielo non è limpidissimo, ottimo per montare un bel polarizzatore, il mio grandangolo e iniziare a scattare degli HDR come un pazzo. Decidiamo prima di attaccare la Piramide della Luna, più bassa, ed aperta soltanto fino alla prima metà, una scalata comunque, che tra il caldo e il sole, ci lascia senza fiato quando arriviamo in cima, sia per la fatica, sia per la vista maestosa di tutto il complesso dal suo punto più estremo; incredibile, la distanza tra dove siamo e l’estremità del sito archeologico è mostruosa e più tardi avremo modo di misurarla nostro malgrado. Scendiamo facendo tantissima attenzione ai gradini a scomparsa (nel senso che in discesa non si vedono proprio), e cominciamo l’avvicinamento alla Piramide Del Sole, dico cominciamo l’avvicinamento perché le due piramidi sembrano vicine, ma dopo una camminata che pare interminabile, alzando la testa, si nota di essere a metà strada, è lo stesso effetto della Strip di Las Vegas, le costruzioni sono talmente grandi da sembrare vicine, ma è solo un’illusione ottica. Prima di arrampicarci scattiamo qualche altro HDR e qualche altra foto di rito, notando come il cielo comincia a farsi minaccioso; meglio darsi una mossa prima di affrontare tutti quei gradini, magari bagnati, magari in discesa, con la macchina fotografica; che incubo! Quindi armati di pazienza e di impazienza, si parte! I gradini e le gradinate (non è una unica) sono interminabili e ripidissimi ma una volta in cima si capisce quanto ne è valsa la fatica. Da qui si domina veramente il mondo sottostante, ci si sente un Dio, chissà che impressione la vista durante quelle cerimonie che si vedono nei film, tutte torce, fuochi e magari qualche sacrificio umano! Il cielo, a modo suo, ci suggerisce di finire di scattare e scendere di corsa (si fa per dire) perché sta per abbattersi su di noi l’ira di qualche divinità Azteca, come si può’ vedere dalle foto col cielo. Però scendiamo soddisfatti dell’esperienza fantastica, e pronti a prenderci la lavata dell’una in punto! Abbuffata di Fajitas nel primo ristorante più alla mano possibile, e con alla mano intendo, alla mano; maratona doppia lungo tutto il complesso per raggiungere il punto di raccolta con le guide (che abbiamo abbandonato per poter scattare ed esplorare in tutta tranquillità) e ritorno a casa a preparare la trasferta verso Merida, la capitale dello Yucatan!

Incoraggiati (o scoraggiati) da un improvviso allagamento del Chiapas, che avrebbe reso il viaggio molto più imprevedibile di quel che è già stato, abbiamo optato per un volo interno verso Merida, il Capoluogo dello stato dello Yucatàn, dove abbiamo deciso di far base per esplorare i dintorni, dal Golfo del Messico, alle rovine di Uxmal: ci muoviamo dalla terra degli Aztechi a quella dei Maya! Non stiamo nella pelle. Appena atterrati a Merida una cosa ci colpisce subito come una mazzata: il caldo mostruoso e l’umidità pazzesca; sembra di essere in un bagno turco all’aperto e la cosa pazzesca è che sono circa le 23:00, mai provato un clima così estremo in una città! (nemmeno a Milano ad agosto giuro). Appunto per chi si appresta a fare un giro da quelle parti: se arrivate tardi a Merida, o simili, tenete presente che i Taxi scarseggiano, quindi potrebbe succedere di condividerlo con altri viaggiatori e di doverlo aspettare per un po’; noi abbiamo aspettato il nostro per circa un’ora nella nostra prima caldissima notte nello Yucatàn, e poi lo abbiamo condiviso con una signora che più o meno andava nella nostra direzione, il tutto organizzato dal tassista. Poco male. Arriviamo a destinazione all’Hotel del Peregrino abbastanza tardi, dove ci accoglie un assonnatissimo gestore che ci da il benvenuto, le chiavi della camera, accoglientissima, le istruzioni per la colazione e la password della wireless. Secondo appunto: a differenza del nostro paese, in Messico, ho trovato accessi ad internet gratis praticamente ovunque, da spartanissimi hotel dispersi nella giungla (con connessione satellitare) a bar e ristoranti di ogni genere e livello. Rinfrancati da una buona dormita sotto a un ventilatore che sembrava un elicottero da guerra (per le dimensioni non per il rumore eh), partiamo per l’esplorazione di Merida, mentre andiamo a fare una buona colazione messicana, conosciamo Juan, una guida locale che parla benissimo  italiano, e che invitiamo a far colazione con noi, prima che la Giò mi muoia di fame, Juan, gentilissimo, ci consiglia cosa vedere, cosa comprare e cosa non comprare, e ci aiuta a noleggiare una macchina per i prossimi giorni con cui esploreremo la penisola, impresa che a prima vista sembrava impossibile (vista la carenza totale di automezzi dovuta all’affluenza di turisti americani) ma che poi, grazie ai suoi buoni uffici riusciamo a portare a termine noleggiando una spettacolare piccola e compattissima Chevy! Merida a prima vista sembra deserta, ma piano piano che la giornata avanza e che ci avviciniamo verso il Centro inizia a popolarsi ed animarsi fino a raggiungere il fantastico casino di un giorno di festa messicano, pieno di musica, dolci, bancarelle, balli, cibo favoloso, canti, e ogni genere di folklore che viene in mente; fotografiamo tutto, o quasi. Tra una reidratazione a base di birra e l’altra, un churro o una torta (panino) al volo, visitiamo il palazzo del Governo, la piazza maggiore, i negozi di cappelli amache e calendari Maya (qui si possono trovare le amache e i panama originali fatti di vero agave e messi a macerare nei Cenotes e i calendari Maya intagliati nelle stalattiti sempre di Cenotes) e le vie che per tre giorni faranno da base alle nostre esplorazioni. La prima e prossima tappa sarà la biosfera di Celestùn.

Noleggiata una macchina (una favolosa Chevrolet Chevy), partiamo all’esplorazione di Celestun, per visitare la biosfera, dove si riuniscono i fenicotteri; partiamo al mattino, lasciamo la caldissima afa di Merida e puntiamo a nord verso il Golfo del Messico, programmiamo il Garmin, cominciamo a dubitare che sappia dove stiamo andando, riacquistiamo sicurezza quando troviamo finalmente la carrettera, e via! Il viaggio si preannuncia complicatissimo, perché il Garmin non ci dice che l'”autostrada” attraversa diversi paesini sparsi qua e la in mezzo alle mangrovie, così ogni tanto, convinti di esserci persi qualche bivio, visitiamo involontariamente alcuni caratteristici centri abitati, finiamo in strade senza uscita, attraversiamo sterrati per recuperare la strada principale. Infine dopo un paio d’ore di “ma guarda che bello qua”, “beccati che quell’insegna la”, dopo aver superato un sacco di sovraffollati “bici taxi”, come un miraggio, dalle mangrovie spunta il ponte che unisce la lingua di terra dove si trova Celestun al resto del Messico; dico come un miraggio poiché il panorama lungo la strada non è molto vario: mangrovie a destra, mangrovie a sinistra e forse ci ha attraversato la strada un serpentone, ma non abbiamo fatto in tempo ad arrivargli così’ vicini da vedere che cos’era di preciso. Insomma, entrati nel paesino di Celestun, la prima impressione che abbiamo avuto era che mancasse solo il cartello : “QUI E’ VIETATO STRESSARSI”; una pace ed una tranquillità ci hanno accolto come se avessimo abitato li da sempre, persone affaccendate a preparare i ristoranti, gente che prende il sole sulla spiaggia bianca, zero turisti, ma il nostro obiettivo, sono i fenicotteri e la biosfera; quindi una volta trovata la spiaggia (a 100mt dalla piazza principale) e contrattato il passaggio in barca, ci siamo concessi uno spuntino nell’attesa di altri passeggeri (le barche sono da 10 posti e le guide tentano in tutti i modi di riempirle): partiamo in 6 senza nessun problema. La barchetta, attrezzata con splendide sedie da giardino, vola letteralmente sull’acqua cristallina, facendo decollare stormi di cormorani e pellicani in ogni direzione, finché non doppia il capo della penisola ed entra nella laguna interna, dove procede a velocità ridotta fino a portarci vicini ai Fenicotteri: stupendi, per nulla timidi, continuano a mangiare ed emettere i loro strani richiami, si lasciano fotografare abbastanza tranquillamente (benedetto 200mm) e quando si stufano si levano in volo in gruppo, per spostarsi di qualche centinaio di metri. Il viaggio con panorama monotono è stato già ampiamente ripagato, ma il tour prosegue, dopo esserci impantanati sul fondo, ed esserci seduti tutti a prua alla Fantozzi, per far alzare il motore, la guida ci porta a vedere la zona di laguna ricchissima di tannino, così carica di quest’ultimo da far sembrare l’acqua rosso sangue, impressionante, specialmente quando si infila a tutta birra in un tunnel di mangrovie che con le loro radici e tronchi grigi contrastano in modo pazzesco con l’acqua rossa, un effetto veramente sbalorditivo (ok, ammetto di aver saturato un pochino i colori ma non più di tanto). La tappa successiva del tour è una specie di cenote, o meglio, una pozza di acqua dolce freschissima e limpidissima che sgorga in mezzo alla laguna salata (forse ho omesso che la laguna di Celestun è salata in quanto in comunicazione diretta col mare). Un tuffo rapido per rinfrescarci non ce lo perdiamo, ma veniamo letteralmente divorati da una razza di moscerini o zanzare che in confronto quelle a cui siamo abituati, sembrano vegetariane. Ripensandoci il nostro primo e unico incontro con insetti fastidiosi di tutto il viaggio in Messico. Fine del tour purtroppo, durata circa 3 ore, anche se io sarei rimasto tutto il giorno con i fenicotteri. Concludiamo la nostra giornata nella piccola Celestun con una bella aragosta, qualche quesadilla, un giro sul molo a guardare i pellicani che pescano, e una passeggiata fino alla macchina. Per chi passasse dallo Yucatan, tappa consigliatissima! Prossima tappa Uxmal e le sue rovine.

Tempo di trasferta! Si va a Uxmal a vedere il famoso sito archeologico, ovviamente scegliamo uno dei giorni più roventi ed afosi di tutta l’estate, però anche questo fa parte del bello dell’esplorare un posto nuovo, la strada che ci separa da Merida non è molto interessante, anzi, purtroppo vagamente monotona, mangrovie a destra, mangrovie a sinistra, asfalto poco battuto dai turisti e un paio di posti di blocco della polizia. La cosa singolare è viaggiare per ore su una lingua d’asfalto in mezzo alla Jungla e arrivare nella zona archeologica, che magicamente interrompe la monotonia, per lasciar posto ad un parcheggio tenuto benissimo, nuovo e attrezzatissimo con tanto di centro visitatori, reception e tutto quello che può servire in una zona archeologica; le classiche cose che uno si aspetta nel bel mezzo di una Jungla. Fatti i biglietti, ci addentriamo nell’area, il caldo mostruoso si fa subito sentire, per fortuna abbastanza secco, il primo incontro con gli abitanti locali, delle iguane enormi, che da una o due, timide, verso l’ingresso, diventano più comuni e strafottenti delle mosche una volta addentrati nel parco. Le rovine sono molto suggestive, qui è possibile ammirare la Pirámide dell’adivino (non è un errore di battitura) e visitare una serie di sculture e bassorilievi nel Cuadrángulo de Las Monjas che siamo abituati ad ammirare solo sui libri o nei film. Sfortunatamente non tutte sono accessibili come a Teotihuacan, anzi, le scalinate di alcune piramidi sono così ripide che anche se fossero state aperte sarebbe stata un’impresa scalarle; immaginarsi questo posto popolato e vivo è difficile ma deve essere stato veramente qualcosa di suggestivo. Proseguendo nella visita è possibile ammirare il campo del Juego de Pelota, dove è ancora visibile la “porta” in cui segnare i punti: un cerchio di pietra sospeso ad un paio di metri da terra; qui chi perdeva la partita, perdeva sul serio, infatti si giocava per la vita, nel vero senso della parola. Le altre strutture che possono essere visitate fino alla sommità, (e giuro che è stata una vera fatica arrivare in cima), sono la Casa del Governatore e la Grande Piramide; arrivare sulla cima di quest’ultima, vista la temperatura ed il sole, è una vera impresa, ma la vista che si può godere vale tutto lo sforzo, templi e piramidi si ergono dal fitto  degli alberi fino a sfiorare il cielo. Una vera veduta da videogiochi. Scattate le dovute foto si conclude la visita ammirando El Palomar e infine ci si dirige verso l’uscita dove, completamente disidratati, berremo 20 litri d’acqua e qualche altro litro di bevande energizzanti. Infine dopo un ricco pranzo nel ristorante del parco, ci rimettiamo in strada per la prossima tappa, Chchen Itza!

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Via! Andiamo a vedere la settima meraviglia del mondo! Dove è custodito l’ormai celeberrimo calendario Maya, quello del 21 dicembre 2012 per intenderci… La zona archeologica al solito è immensa, il caldo caldo; ma si può sopravvivere, questa volta ci armiamo di generi di conforto vari e ci avventuriamo al cospetto de El Castillo, forse la più famosa piramide Maya di sempre. Effettivamente è maestosa e tutta la piramide è un grande calendario, a partire dai gradini che rappresentano i giorni, dai lati che rappresentano le stagioni e via così. Facciamo due visite alla grande piramide, una alla sera, per assistere allo spettacolo di luci e suoni e una il giorno dopo, per vedere meglio tutta la zona. E la mossa si rivela vincente, in quanto abbiamo praticamente tutta la zona a nostra disposizione fin dal mattino presto e non restiamo imbottigliati nel casino classico degli escursionisti di giornata che, mentre noi saliamo in macchina per metterci alla volta di Cancun, arrivano a sciami dai loro villaggi turistici con degli enormi pullman. Eh beh… Dopo aver battuto tutto il mercatino locale, saltiamo sulla nostra lussuosa Chevy blu e imbocchiamo la Carretera che ci porterà prima a pranzo da Tia Panchita, un ristorantino tipico Maya sulla strada, favoloso, poi a Cancun (che vista da noi che arriviamo da un albergo nella Jungla, sembra un po’ Las Vegas), poi a Playa del Carmen (una Las Vegas 2, vagamente più piccola ma sempre troppo grande) e infine in un piccolo e sperduto albergo nella riserva di Sian Ka’an, forse il posto che al mondo invidio più di ogni altro, o meglio, invidio chi lo abita… Prossima tappa.

Heh! Che dire di Tulum e della sua costa: il relax totale. Sito Archeologico e rovine a parte, quello che mi ha lasciato completamente perduto della località è stato l’hotel El Pèz, praticamente un sogno ad occhi aperti, un posticino non troppo isolato, ma sufficientemente isolato da illuderti di essere fuori dal mondo, custodito in una biosfera dove la natura la fa da padrona, al punto che alle undici di sera viene spenta l’illuminazione esterna per non infastidire eventuali tartarughe o altri animali che visitano la sua spiaggia. Ci arriviamo con una tempesta tropicale in corso, ma deve essere ordinaria amministrazione vista la piega che hanno le palme sulla spiaggia; La nostra camera è meravigliosa, tutta di legno e pareti bianche, con una grande vetrata che da direttamente sull’oceano; il suono delle onde è ovunque, una delizia per i sensi; appena fuori, sul piccolo ballatoio c’è un lettino/divanetto imbottito a due piazze, meraviglia… Cullati dall’incessante e sommesso rombo dell’oceano in sottofondo, e dal ticchettare delle zampe dei granchi che passano vicino per spostarsi dal mare alle mangrovie durante la notte, dopo una meravigliosa cena con i piedi nel corallo tritato di cui è composta la spiaggia, ci siamo addormentati su quel lettino all’aperto con la stessa preoccupazione di due che si addormentano nel giardino di casa. Ecco la parola giusta, casa. Tutto il trattamento è stato perfetto, dalla colazione sontuosa piccante e messicana, fino alla Coronita della buonanotte in riva al mare seduti su seggiole che sembravano cadute da un veliero. I proprietari sono due tipi fantastici: una coppia di New York che stufa del tran tran della grande mela se ne è venuta in Messico per cambiare vita : li invidio da morire. Durante la purtroppo troppo breve permanenza, visitiamo sia la cittadina di Tulum, piccolissima ma a cui non manca nulla, e le celebri rovine in riva all’oceano, altro posto esageratamente suggestivo che si affaccia su una baia dove ti aspetti di veder sbarcare una scialuppa di legno governata da Jack Sparrow in persona da un momento all’altro. Questo è sicuramente uno dei posti dove voglio tornare, magari per un periodo più lungo di due notti, molto molto più lungo…Magari. Per ora mi accontento di spostarmi nel prossimo posto meraviglioso… Seguitemi!

Tutti al mare! E che mare! E’ arrivato il momento di riposarci un po’, di riconsegnare la nostra supervettura, cercare un taxi, farci portare all’Embarcadero di Cancun, e finalmente salire su un’aliscafo che, dopo aver attraversato un mare di cristallo, ci sbarca a Isla Mujeres, da ora in poi, La Isla, che peraltro dista solo una ventina di minuti dal casino caotico della grande città. Appena arrivati l’impatto è strano, ci aspettavamo un posto turistico super incasinato e affollato e invece si rivela un isoletta tranquilla, con un ritmo lento e umano, i taxi fanno un pochino di confusione per accaparrarsi i clienti e portarli agli hotel (che peraltro sono raggiungibilissimi a piedi, ma essendo nuovi…), ma il “moderno” finisce li. Il nostro hotel è a Playa Norte, il posto più famoso sia dell’Isola che dell’entroterra, si affaccia direttamente su una specie di laguna che è separata dal mare aperto dalla barriera corallina, il fondo, bianchissimo, regala all’acqua quella classica tonalità abbagliante del mare dei tropici, avere questo posto come “cortile” è effettivamente un lusso pazzesco. L’hotel è intimo, pulito, dotato di ogni comfort, wireless compresa, ma senza scadere nel “troppo turistico”, la signora alla reception è gentilissima, come del resto tutti i messicani che abbiamo conosciuto, nel giardino interno sono appese un sacco di amache all’ombra delle palme altissime, tutto è calmo e tranquillo, e basta uscire di casa per trovarsi immersi in un mare dove delle piccole razze o dei pesci colorati ti nuotano attorno per nulla disturbati. Meraviglia. Playa Norte non è grande, tuttavia non mancano alcuni ristorantini tipici messicani e un bar fantastico da cui è possibile assistere a dei tramonti pazzeschi, come vedete ne ho fotografato qualcuno, è impossibile resistere, anche se vai solo per guardare, devi fotografarlo, magari bevendo una corona gelata o un Margarita fatto a regola d’arte. Sull’isoletta i ristoranti sono per tutti i gusti, dall’immancabile onnipresente pizzeria italiana al ristorante argentino, fino alla bettola di porto favolosa dove viene servito ogni ben d’Iddio di mare grigliato e corredato di tortillas appena fatte per ogni portata, con l’ormai abituale e celestiale salsa ustionante all’habanero. Fantastico, da non stufarsi mai, nemmeno dei dolci comprati a spasso sul lungomare, le Marquesitas, meravigliose… Noleggiamo una macchinetta da golf, per gironzolare, non serve altro, tutta l’isola è lunga 7km, la si può girare in poche decine di minuti, nonostante questo è dotata di zone residenziali magnifiche, un piccolo parco dedicato alla dea del mare Ixchel, a Punta Sur, corredato di dubbie sculture moderne, ma che offre una veduta della Isla unica, la luce è sempre abbagliante, il sole è potentissimo, i contorni e i contrasti sono iper-nitidi grazie alla totale assenza di umidità e foschia, insomma condizioni climatiche esagerate sia per chi ama la fotografia dai colori forti sia per chi vuol godersi il sole. Armato di polarizzatore e grandangolo mi sono goduto proprio una luce come non capita spesso. Mediamente una volta al giorno il tempo si rovescia per mezz’oretta, ne ho fatto le spese nel tentativo di fotografare una bella tempesta, le gocce che cadevano erano così’ grandi da far male sulla pelle, tanto da pensare a grandine, ma, sorpresa, sono praticamente tiepide; e dopo un delirio di acqua, fulmini, tuoni durato al massimo venti minuti il cielo si è riaperto regalandoci un’altro tramonto pazzesco. Che dire La Isla ci ha conquistato completamente. Una meraviglia. Da qui, volendo si possono visitare alcune altre attrazioni spendendo qualche dollaro per noleggiare un passaggio barca verso Isla Contoy, (altro posto dove ero indeciso se aspettarmi i tizi di LOST o i Pirati dei Caraibi che sbarcavano a seppellire il tesoro, e secondo me da qualche parte sull’isola, un tesoro, c’è) oppure una fantastica immersione con gli immensi squali balena. Andiamo per ordine inverso, iniziamo dagli squali balena, una esperienza che consiglio vivamente; si parte in barca al mattino e ci si lancia nell’oceano a velocità smodata, non appena li si trova (cosa non ipersicura ma abbastanza facile) si indossa la maschera e le pinne e ci si immerge con questi impressionanti bestioni, che, per nulla infastiditi continuano a nuotare e a spalancare una bocca degna da mostro degli abissi, e a ingurgitare tonnellate di plancton, sfortuna (e poca previdenza) ha voluto che non avessi una macchina subacquea, ma quest’anno mi rifaccio con la nuova GoPro. Giuro, vederci sfilare davanti, un TIR con una testa grande come la motrice e una coda alta come me che passa a due centimetri dal naso è veramente emozionante. Soldi spesi veramente bene. Isla Contoy è una meraviglia, altro viaggetto che consiglio, anche se purtroppo viene fatto in concomitanza con parecchie altri gruppi di persone, quindi si vive un pochino di affollamento iniziale, tuttavia tollerabile, anche perché le comitive grosse che arrivano dall’entroterra, salpano prima, a mente fredda è meglio optare per una strategia di noleggio di una barca per rimanere la fino al tramonto.. E’ un isoletta caraibica, con una spiaggia caraibica, piena di animali caraibici che vivono tranquilli e non sono per nulla timidi, al punto che addirittura una razza, chiamata dai locali Mariana, si avvicina spudoratamente a chi fa il bagno, sicuramente per cercare del cibo, ma si lascia accarezzare la schiena in tutta tranquillità. Qui sono riuscito a farmi mordere da un’iguana e a vedere da vicino un limulo o granchio reale, un fossile vivente, che pensavo abitasse solo i documentari del National Geographic. L’isola è un parco naturale quindi non ha strutture di ristoro o di alloggio, per fortuna. Che dire ancora? Concludo qua il reportage del viaggio in Messico 2011, e non voglio raccontarvi troppo della Isla, perché è un posto che per essere apprezzato veramente, va vissuto; io in soli sei giorni ne sono rimasto completamente folgorato, al punto che quest’anno non ho dubbi sul dove passare qualche altro giorno di mare… Infatti Torneremo in Messico, più agguerriti che mai, e con una mezza idea di tornarci sempre più spesso, o magari di tornare in Italia sempre più raramente. Spero che questo mio racconto sia risultato interessante o magari utile per chi ha voglia di visitare un paese meraviglioso dove la vita non è una corsa continua e dove un viaggiatore può sentirsi tranquillamente a casa. Ciao e alla prossima.

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